venerdì, dicembre 15, 2006

CDC 552

"Andiamo, mamma"
Carne raccolse le sue cose sul tavolino e lasciò il vecchio Daytona come mancia.
L'autista della limousine, una Rolls Royce carrozzata Park Ward del 1939, aprì le portiere e Crozzo si scagliò dentro sbavando sui sedili di cuoio Connolly.
"Bestiaccia! Cara, bella bestiaccina mia..."
"Non dovresti viziarlo così, Carne, è pur sempre un cane..."
"Lui è Crozzo, mamma."
"Dove stiamo andando?"
"Vedrai".
Col finestrino aperto Carne respirava l'aria tiepida della primavera parigina. Il leggerissimo ronfo del dodici cilindri faceva da sfondo ai suoni della vita della grande città. Le sospensioni a balestre rivestite di cuoio ingrassato filtravano le asperità del pavé.
"Siamo quasi arrivati, mamma"
Svoltarono in Rue de la Paix e la vettura si fermò davanti al numero 5.
"Aspettami un minuto, mammina".
Carne scese. Il suo passo era di nuovo elastico, dopo le cure nella beauty farm del Trianon Palace a Versailles. Il leggero gessato di Kilgour's, non troppo stiff ma senza concessioni alla Ozwald Boateng correggeva mirabilmente l'appiombo del fondoschiena, mutato dal frequente uso dell'intrusore.
Isa lo guardò entrare da Van Cleef & Arpels.
"Figlio mio, bambino mio..." sussurrò.

"Bonjour monsieur Di Culo, la vostra broche è pronta. La prego di seguirmi."
Il direttore fece strada e entrarono in uno di salottini riservati. Un attaché dispose sul velluto di colore neutro il cofanetto in pelle di culo di ornitorinco e lo aprì.
"Va bene, ora va bene" disse Carne con voce piatta. "Ecco lo chèque" aggiunse, strappando dal carnet un assegno profumato al patchouli, in bianco.

"Eccomi, mamma cara, ciao Crozzo, bello mio, a casa, Olivier!"
Nel pied-à-terre di avenue Foch Carne desiderava che le luci fossero sempre accese e che vi fosse sempre pronto qualche cosa per rifocillarsi. Ebbero un leggero spuntino a base di carni fredde, quaglie ripiene, un sapido chiaretto delle nuove tenute di Saint-Emilion e piccola pasticceria appena sfornata.

"Che cosa hai ritirato da Van Cleef, Carne?"
Gli occhi di Isa brillavano di curiosità femminile.
"Questo. E' per te, mamma"
Isa soppesò il pacchetto, come era solita fare nei camerini dei teatri di rivista, e lo giudicò buono.
"Aprilo, mamma"
"Carne! Carne, piccolo furfante!" gorgogliò lei .
"Carne mio, piccolo mio" continuò, arruffandogli i peli della profonda fossetta che gli segnava le guance. "Sapevo che sei un ragazzo generoso, ma..."
"...Ma tu sei la mia mamma. Mammina mia..."

Sul tavolino da centro Louis XVI rivestito in marocchino il cofanetto dischiuso emanava un caldo bagliore bruno. La spilla a forma di merda, cesellata in lega di spuma d'oro marrone pareva vivere di vita propria. Migliaia di piccolissimi topazi marroni, ciascuno incastonato a Serty Mystérieux formavano una meravigliosa superficie vellutata. L'elegante voluta e il capriccioso ricciolo terminale la facevano apparire come una vera merda.

"Non ho le parole per dirti grazie, figlio mio"
"Andiamo a dormire, adesso, tu sei stanca".

Carne andò alla finestra. L'Arc de Triomphe e in distanza Les Invalides e la tour Eiffel. Spense la luce, e la costellazione del Galuscio brillò per un attimo sul suo fermacravatta.

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