lunedì, gennaio 22, 2007

UNDERSOIL PEOPLE'S LAMENTATION

Noi che da secoli viviamo
sotto i vostri piedi,
sotto le strade e le case,
nelle profondità oscure di cunicoli sotterranei,
noi che scaviamo per vivere
e per vivere strisciamo, che abbiamo
fatto nascere i nostri figli al calore
di sulfuree caldaie e li abbiamo
visti crescere nel buio di ombre millenarie,
avvolti dalla loro pelle cerea come il ventre degli anfibi,
noi, che incessantemente lavoriamo al di sotto
del frastuono di strantuffi giganteschi,
imbruniti di idrocarburi e morchie nere
del petrolio e della merda, noi che inaliamo
anidridi e metano e ci nutriamo di anemiche radici,
divorate nella bruna terra, da sotto,
una condanna che assegna al nostro vivere
una corrispondenza di morte
per ciò che è sopra di noi,
noi che ci abbeveriamo all’acqua torbida
delle condotte interrate
sfruttando le dispersioni come sorgenti,
e che cerchiamo pace scavando ancora di più,
di modo che da noi non vi è tendenza ad ascendere,
ma a inabissarsi,
ed inalberarsi per noi significa radicalmente
fuggire nel basso, intrufolati sempre più nel nero humus
del sottosuolo, ebbene, noi che
conosciamo solo le fondamenta
e le abissali profondità di carbonati
corrotti, di metalli ossidati,
di cascami e liquami mille
volte rifermentati e disciolti, di
sbriciolevoli pance ruggini di
cisterne vetuste, dove si allocano
putrescenti rimasugli di
liquidi oleosi ed oscuri e putrefazione
tossica di decomposizione
e di meccanici cascami di
inorganiche presenze e scorie
di rifiuti dispersi e cancellati
per sempre alla vostra vista
dalla sepoltura, noi procediamo
a tentoni nel nero che ci accoglie,
e sgraniamo inutili occhi
senza sguardo a un nulla da
vedere, e identifichiamo questo
nulla con tutto ciò che è a
nostra disposizione: un corpo
denso e magmatico, da perforare
raschiando con le unghie la
saturnale compattezza del nero
che ci circonda, nel quale ogni
direzione è identica, come
un’amniotica morte reiterata
per sempre nell’oblio di esistenze
mancate, di pensieri
abortiti o asfissiati, di sospiri
che ingoiano terra, di stomaci
che digeriscono voragini di
scarti come grotte che si introflettono
dentro se stesse, noi
viviamo questa morte come
un’esistenza, e da questa traiamo
ingenuamente linfa per procrastinare
questo plumbeo dileguarsi
nella notte del mondo
che è il nostro procedere.
Noi chiamiamo paradiso ciò che voi
chiamate luce del sole.

1 Comments:

Blogger Derek Contro Tutti said...

Grandioso. Federico Ruysch e le mummie....

gennaio 23, 2007  

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